"Cipria e kalashnikov"?


"Cipria e kalashnikov"?
Il messaggero di oggi (5-3-17) merita insulti. Infatti dedica un servizio alle donne curde combattenti confondendo bellamente le donne inquadrate nell'esercito della Regione Autonoma del Kurdistan Irakeno con quelle dei battaglioni YPJ in Siria. Questa confusione è di una pretestuosità ignobile, sembra pretendere di reggersi solo su un pregiudizio, o una "emozione pregiudiziale": la donna combattente è tanto strana (direbbe Verdone) che si può far finta che non militi in eserciti diversi e -ahimé- pericolosamente contrapposti. Ripeto, "ignobile". Come il fatto che si sprechino righe di giornale per dire che le donne combattenti hanno le unghie laccate e il rossetto a dimostrazione che sotto la divisa sono donne. Ribadisco, "ignobile". Come l'impudenza con cui questo fenomeno venga illustrato con foto di donne vestite da soldato (per altro con elmetto in kevlar ed equipaggiamento smagliante) e così poco addestrate che manifestatamente hanno difficoltà a tenere il volto accanto al fucile nello sparare. Mi consola il fatto che le istantanee possono parlare a chiunque e che non occorre una divisa per capire perfettamente chi sia l'una e chi sia l'altra, per soppesare. La convinta risolutiva decisione delle donne della Siria del Nord di imbracciare le armi contro Daesh, è stata possibile solo per il loro profondo e strutturato rifiuto della guerra in quanto frutto di una società patriarcale molto più scoperta (ma anche violenta) della nostra. La manovra di uno stato tradizionale di armare reparti femminili è una operazione di propaganda ideologica e dunque anche l'ennesimo attacco alla specificità femminile. Mi auguro che possa fare poco danno; ma mi si stringe il cuore di fronte alla disparità delle forze che potrebbero essere contrapposte e all'isolamento di quelle donne, di quei volti che sono diventate uno dei miei riferimenti interiori.


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