Acquattato

E' il due febbraio ed è ormai qualche giorno che sono a Erbil. Esco poco perchè vorrei che la mia presenza fosse la più discreta possibile, ma anche perché non ho animo di fare il turista. Sarei curioso come un turista e nessuno credo se ne offenderebbe. In un certo senso mi sento a casa e non trovo nulla nè di incomprensibile nè di particolarmente estraneo attorno a me: case come le nostre, gente come la nostra, cibi con i nostri sapori, le medesime regole del camminare, del guardare, del sedersi in uno slargo di un bivio -l'equivalente di una piazzetta- a prendere il sole e a guardare la gente che passa con un po' di educata curiosità. Dunque, fare il turista di cosa? Il disagio di fare i turisti ha un po' cambiato il senso della parola stessa. Turista è diventato sinonimo di consumatore di eventi, spettacoli, luoghi turistici più che esploratore di luoghi lontani, esotici. Ma nell'uno e nell'altro caso, ancora, quale turismo? Sotto una vernice sottile decimi di millimetro che disegna quel tanto da evitare l'identico, Erbil mi appare al di là di un vetro già spalancato, e non mi sto abituando alla differenza dall'Italia, dall'Europa, ma alla somiglianza, alla contiguità e alla continuità. Mentre camminavo solo con le mani in tasca lungo questi marciapiedi lunghi dritti e deserti già mi è successo che qualcuno abbia accostato per chiedermi indicazioni stradali e che se ne sia andato con una risata a cui ho fatto eco di cuore. Già mi sarei messo in coda per una pizzetta lungo la strada. Mi ha fermato l'imbarazzo della lingua, della moneta che non so bene distinguere, del vantare disinvoltura, ma l'avrei fatto volentieri non per curiosità o sfida. Esco poco, dunque, e mi guardo attorno senza fissarmi su nulla. La macchinetta fotografica in tasca, convinto come sono di essere più perspicuo fotografando con il telefonino, maldestro come sono. Ma fotografo ogni tanto, per lo più osservo. Grandi e rumorosi generatori di elettricità di produzione turca a ogni edificio che superi i tre piani. Talvolta acquattati su un lato, spesso di fronte alla strada. Mi sono fatto l'idea che le casette unifamiliari a due piani -intervallate dai palazzoni a sei/dieci piani spesso incompleti- che popolano le vie spesso rinuncino a impianti autonomi e mettano in comune gruppi elettrogeni che allora prendono aspetto di piccoli edifici a se stanti. Invece quello moderni, che stanno davanti ai palazzi si materializzano come container gialli, piuttosto soddisfatti di sè e della loro aria eficiente. Altrimenti nascondono le loro brutture motoristiche in cortili coperti da ondulato, protetti da reti. O, ancora, si acquattano in baracche improvvisate, cresciute su se stesse. In ogni caso sono in comunione con il mondo tramite la puzza del gasolio fresco o combusto che intride il cemento intorno che sbuffa da tubi di scarico, e da grovigli di fili fastonati su antici pali per la luce. Cammini e ti trovi davanti agli occhi i fili di una piattina che penzola nel vuoto. Stanno corti e dritti come le corna di una lumachina, rugginosi, probabilmente innocui. Vien da pensare che quando l'elettricista deve ricollegare un apparecchio trovi più semplice stendere un filo nuovo piuttosto che districare quello esitente e perso nel gomitolo. Ma non sono pensieri da turista. I motivi dell'assenza di elettricità centralizzata e il modo di sopperirne sono tanto chiari che non mi stupiscono: una diga fatta saltare, dei tralicci abbattuti... nè mi incuriosiscono se non superficialmente i rimedi artigianali, ho in mente altri grovigli -questa volta di fili telefonici- nel vicoletto della mia casa al mare. Solo un esemplare riesce a stupirmi, a trasformarmi quasi in turista e a richiedere la mia ammirazione. E' un generatore che ha perso il suo cofano e che sta acquattato accanto al marciapiede. Il radiatore soffia vento bollente sui passanti. Da dietro una rete si può ammirare la fila degli iniettori e dei tubi di scarico dei cilindri in linea. Vibrazioni, odore, calore da aereo infernale: Sisifo inchiodato al cemento per l'eternità che ruggisce e sbuffa e puzza. Ve lo presento qui:





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