Bottoni cuciti




Inciampo talvolta nel ricordo vivo - ma tanto puntuale e isolato da risultarmi astratto-  di quando stavo  in piedi accanto alla finestra non so se davanti a mia madre o a mia nonna sedute, a farmi vestire perché non sapevo abbottonarmi gli abiti di maglina che hanno afflitto la mia infanzia. Credo che si trattasse di pantaloncini corti con le bretelle –per così dire- incorporate. Forse erano intrecciate dietro la schiena. D’altra parte erano necessarie perché le braghette non  avrebbero altrimenti potuto reggersi, visti gli elastici che si usavano allora: stretti, cuciti nel bordo, tanto poco durevoli che mi è difficile ricordare un paio di mutande che non si afflosciassero giù per il sedere. Le scarpe chissà se avessero i lacci, immagino di sì. E ci sarà stata una maglietta, e dei calzini corti con l’elastico sfiancato,  e infine c’era di sicuro il berrettino, a maglia. Io sul berretto, sopra la visiera, mi facevo applicare dei bottoni, bottoni comuni di varia misura... diciamo un bottone da paltò a fianco di due bottoni da camicia?  Mentre mi vestivano sbirciavo dalla finestra nel giardino: non credo per mimare l’irritazione per le cure ché quella sarebbe venuta più avanti, quanto perché ero preso dall’impazienza di scendere a giocare con gli amichetti e –mi duole confessarlo- a quel tempo uno dei giochi preferiti consisteva nello passarli in rivista, con il mio berretto di maglina e i bottoni cuciti sopra.
Con gli anni sto tornando a infagottarmi nei vestiti perché non mi dispiace che facciano scomparire i vuoti e i pieni che si sono scambiati di posto nella mia anatomia; ma se ripenso a quel corpo e ai quei vestiti le cose che trovo poco sopportabili sono, di certo, il maligno arricciarsi dei calzini e la loro tendenza a calare che –se Newton non avesse fissato l’attenzione su una mela, avrebbe ben potuto disgustarsi per quello. C’era poi la vergognosa aderenza delle braghette al ventre che rivelava il troppo poco dell’inguine infantile, e anche i polsini che lasciavano scoperto il braccio ben oltre il dovuto. Anche loro - e dunque la gravità  non c’entrava - si applicavano a  sfiancarsi a corolla – attorno a chissà quali gesti, forse semplicemente nell’infilarsi e nello sfilarsi il maglione. Per cui per me la maglia ha questa speciale investibilità: è corta, è sformata, si affanna a cadere oltre ogni legge fisica. In più pende sul sedere, conclusione drammaticamente vergognosa ma che non posso risparmiarmi dal ricordare. Insomma, la maglia ricorda lo sporco: non dimentica i giorni che passano e non vi fa il piacere di nascondersi. Inoltre non è stoffa da divisa: i bottoni sarebbe stato meglio cucirli sul panno.
Un bel maglione mi è piaciuto a lungo, praticamente durante tutta la vita; sia grezzo e ispido, indossato a pelle, che morbido sopra una camicia pulita o, abbondante - uno dei miei -, sulla pelle di una donna. La lana insomma mi piace quasi sempre: tessuta a tweed o a nido d’ape, e quella cotta del loden, e quella grassa pruriginosa dei calzini norvegesi; mi piace l’alpaca e il mohair, la lana di Scozia e quella greca, ma la maglina lenta, quella no.
E così mi viene da ripensare a un abito che papà mi comprò a Roma e mi portò a Trento: era un completo grigio, un po’  oltre la moda corrente nel senso che intendeva predirla -forse. Se così era stato, si trattò di una previsione azzardata. Se volete figurarvelo, pensate a quei vestiti che i Beatles indossavano. Non immaginate calzoni a zampa d’elefante, ma quasi. Per quanto riguarda la giacca, ricordate quelle vagamente alla cinese, con tanti bottoni, però non pensatela senza colletto, perchè ce lo aveva. Per il resto... torniamo a dire alla beatles?  Era a pallini grigi più o meno scuri... non so se c’entra qualcosa il pie’ de poule o il melange, forse il melange.  Mi imbarazzò sempre portarlo, ma soprattutto perché era in maglina. E cascava.
Poi penso con tutt’altro spirito a uno spezzato che mio padre volle regalarmi a Firenze, accompagnandomi da Bemporad.  Tweed per i pantaloni e il panciotto (Il mio primo e unico panciotto!) e velluto per la giacca. Quello è un vestito che  ho davvero amato e ancora lo rimpiango assai, con il suo ventre piatto e il sedere abbastanza pieno da consentirmi di non sedere sopra e mie ossa.
Vedete un po’ com’è la mancanza di disciplina, non faccio a tempo a fissarmi su uno degli abiti che l’ispirazione del momento mi suggerisce sia significativo descrivere che –zac- me ne vengono in mente altri, disposti su altre linee prospettiche che mi fanno intravvedere altri sentimenti, altre appartenenze, altre nostalgie, altri...  qualcosa che ha a che vedere con il ricordo di come ci sentimmo, di cosa desiderammo indossando quell’abito. Che poi siamo o meno riusciti a esserne all’altezza, a esercitarla la potenzialità di quell’affare che ci piaceva tanto -o che detestavamo- sarebbe ininfluente e infatti a me oggi sembra che l’aspetto fondamentale sia trovare una nostalgia calda e asciutta per i miei antichi io talvolta tanto affettuosamente teneri e ridicoli.
Che tono particolare di tenerezza per me stesso io senta per il tramite di alcuni dei miei antichi indumenti vorrei riuscire a sfiorarlo e dunque ve li riporto davanti traendoli da semidimenticati armadi, come fanno le donne quando insitono a mostrarvi il guardaroba di un tempo, e –se siete uomini- vi annoiano, probabilmente, quando non vi indispettiscono mostrandovi quella che alla superficiaità del vostro sguardo è solo vanità.
Dunque ecco la mantellina e gli stivaletti rossi dell’epoca delle pozzanghere, ecco il grembiule scolastico di quel

la stoffa nera che se macchiata di inchiostro prendeva riflessi metallici rossastri, ecco una foto dei pantaloni all’inglese che mi furono risparmiati ma che mi capitò di invidiare a ragazzini più accuditi di me, e –talvolta gli armadi restituiscono anche ricordi che si preferirebbe evitare- ecco la giacca che mi scelsi alla medie con il suo stemma araldico cucito sul taschino. Mi procurò uno sguardo scettico di mio padre che me ne fece disamorare subito. Pensate quanto arzigogolo sulle cose: quella giacca che mimava la divisa da college mi sembra appartenere al ramo dei bottoni cuciti sul berretto; ma dove questi avevano una componente surrealista quella riusciva a essere solo kitsch –hai ragione papà, ma un ragazzino che si sente una identità familiare un po’ monca forse non è la persona giusta per avere indipendenza di stile, non trovi?
Ma via, passiamo oltre queste altre giacche e questi altri pantaloni, questi vestiti di una ricercatezza che era tua e non mia, adorato padre. Passiamo oltre anche ai pantaloni corti che rimproverai a un amichetto, rifiutandomi di uscire a passeggio con lui e procurandomi questa vergogna ultracinquantennale. Dove sei, amata tuta? No, non tu, reliquia dei tardi anni settanta, tuta di seconda mano, di fabbricazione statunitense, a righine: te ti voglio risparmiare e rispettare per un’altra lettura. Eccoti!
Una tuta blu, da meccanico. Come sia arrivata nella mia disponibilità non riesco a ricostruirlo e mi sembra così incongrua con un ragazzo di quattordici anni che mi viene da dubitare che sia mai esistita. Eppure ricordo benissimo i giochi che ha animato: giochi di guerra, peraltro.  Con quella tuta sono stato  ucciso più volte nella difesa della Repubblica Spagnola, proprio sotto casa, tra le aiuole abbandonate tra il prato dove si stendevano i panni e un rialzo di terra che faceva da base a una macchia di bambù.  Quella specie di montagnola era circondata da iris che richiamavalo le api muratore, quegli insettoni nero violaceo che di solito chiamiamo calabroni. In quei due metri di diametro trovava posto un mondo perchè da un lato all’altro le canne (che non erano grosse, per altro) mancavano realizzando una sorta di stretto corridoio, e tutti i bambini sanno che, accoccolandosi, gli stretti corridoi dicentano stanzette e rifugi e grotte e segreti da condividere.  Ma, all’epoca della tuta blu era un nido di mitragliatrici franchiste, fasciste, naziste, nemiche. E non vorrei che quest’ultima elencazione avesse un tono a levare, non ce l’ha: il nemico esiste, ci uccide. E io venivo ucciso, periodicamente. Non era più il gioco infantile, lo spazio di vita privo di limiti in cui la mente cavalca o si accuccia, era la rappresentazione epica dell’adolescenza che si faceva strada. E che piombava giù, falciata, l’istante successivo alla istantanea di Capa. Ma davvero qui io voglio essere agli antipodi della metafora, sia chiaro:  poiché il miliziano di Capa non indossa una tuta: poiché il corpo a a corpo della nostra vita contro la barbarie lo si può vincere: poiché occorse eleggere a divisa la tuta del metalmeccanico, abolire i gradi, accettare la morte e patirla, cercare di abolire la guerra.
Come metto assieme i bottoni cuciti sul berretto e quella divisa ugualitaria che nega a modo suo ogni araldica portata sul petto non è affare da poco, nè solo mio: per pochi decenni l’armata rossa aveva abolito l’uso metaforico dei gradi e li aveva ridotti, resi aconspicui. Una stella rossa di tela si aveva sostituiti e forse era ancora troppo a fronte della sola riconoscibilità del prestigio rivoluzionario di chi li ricopriva. Certo, strapparsi la stella dal petto non sarebbe bastato a nascondere l’appartenenza a chi fosse caduto nelle mani delle bande di Wrangler.  Poi i gradi tornarono, come tutti sappiamo, in un tripudio di princisbecco. Ma quell’abolizione aveva avuto –e ha- una grande potenza simbolica e per quell’abolizione un ragazzo può mimare la morte, può accettarla e comprenderla nel suo futuro di vita. Così un bambino che si fa cucire i bottoni sul berretto di maglia potrà crescere un Durruti dentro di sè e io potrò tornare a amare un uomo, che sia pure me stesso.

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