cara bambina




Cara bambina,
quanti anni avremo mai avuto quando giocammo per una mezzoretta assieme accovacciati per terra a impastare fango? Quattro o cinque, direi, ma è più probabile di meno. Alle mie spalle la mia casa e alle tue un anonimato che non mi incuriosiva allora e non mi incuriosisce adesso perché tu nella mia vita sei stata destinata ad avere la consistenza di un fantasma. Eravamo su un terreno neutro, in un cortile nè mio nè tuo, e i due giochi -il mio e il tuo- con proprietà indivisa si svolgevano paralleli, condividendo soltanto luogo, tempo e sostanza, cioè una bella fanghiglia semiliquida. Stavamo di fronte e le nostre mani quasi si toccavano, ma quello che ci avrebbe legati sarebbe stato soltanto il far lo stesso gioco, contemporaneamente, nello stesso luogo, con lo stesso oggetto e solo una osservatrice distratta (o inguaribilmente aristotelica) avrebbe potuto dire che stavamo giocando assieme. Se non... Anzi, volevo parlarti proprio di quello, del fare la stessa cosa assieme e separati e del fatto che sia un’altra persona a dar parola e senso dell’insieme a due cose che assieme proprio non stanno e che sembrano viaggiare parallele come parallelo al nostro gioco –i nostri separati giochi- era il flusso della nostra coscienza: ognuna persa nei propri pensieri, ognuno con le mani ficcate nel fango morbido e viscido, ognuna accomodata sul sedere o sulle ginocchia che fossero. A cosa stavi pensando? A cosa stessi pensando io non saprei: il mio pensare di allora è tanto diverso da quello di adesso che stenterei a riconoscerlo. Posso fare ipotesi e dire che forse la mia mente era inzuppata di consapevolezze e di consapevolezze di consapevolezze: che qualcuno mi sarebbe prima o poi venuto a prendere, che non sarei stato sgridato per aver le mani impastate di fango, che sarei stato capace di metterle sotto l’acqua e di pulirmele o che qualcuno lo avrebbe fatto per me, strusciando le mie dita tra le sue, e che la cosa mi avrebbe fatto piacere, che la cena era ancora lontana, che la mia casa era lì, dietro le spalle e non correvo pericoli... E quale consapevolezza di te avrei potuto avere che fosse diversa dal sapere –o dal sentire- che non eri me, che ti chiamavi in modo diverso, che forse tua madre ti avrebbe sgridata, che la tua casa era lontana, che non eri un bambino ma una bambina. E mentre questo flusso di pensieri mi fluiva nel cervello, ero lì, accoccolato davanti a te a pestar terra e acqua, a farmi scorrere vermi di fango tra le dita. E tu che facesti? Fosti tu? O fui io. Quand’è che tu diventasti tu, o che provasti a diventarlo io non lo so: posso ricostruire la situazione ma continua a sfuggirmi l’inizio del dramma. Parola troppo grossa se presa male, ma azzeccata, perfetta se presa come l'ho scritta e pensata: "dramma". Chi alzò gli occhi sull’altra? Forse successe qualcosa nella visione periferica dei nostri occhi, forse i neuroni specchio si attivarono, forse un innato bisogno fece capolino tra la delizia che si rinnovava a ogni immergere le mani nella palta per stringere le dita a pugno. Non mi interessa molto, te lo dico con franchezza, né questo né lo stabilire a chi successe: se a te, o a me, o a tutti e due contemporaneamente (ma questa terza possibilità di solito non si da: in casi come questi si va ai rigori). E così mi sto avvicinando al cuore del ricordo, alla brace della memoria, quella che è rimasta accesa per più di sessanta anni, perfettamente accesa, assieme al suo interrogativo. Un ricordo che sta in un posto curioso della mia consapevolezza perché mi sembra che stia sotto il pelo della coscienza piuttosto che nell’archivio delle registrazioni degli avvenimenti. Forse perché è così antico che non lo riesco a etichettare con la sua data, oppure perché è incompleto, oppure perché si tratta di un ricordo strano, un messaggio travestito da ricordo, un trillo che può far finta di sfumare e scomparire per poi ripresentarsi di bel nuovo senza pagare il prezzo del consumo, il naturale decadimento della forma che si depotenzia a ogni uso. Perchè vedi, cara bambina, quando tu alzasti gli occhi su di me e io reagii al tuo interesse e al mio, io desiderai davvero fare amicizia con te. Anzi, devo essere più preciso: io sentii che ti ero amico, che avevamo già fatto amicizia e fu a quello che reagii, non al tuo interesse o al tuo manifestarlo. E fu allora che ti trovai -nel mio intimo- grassa e è questo il cuore del mio ricordo: il disagio di trovarti grassa e di rendermene conto.
Hai capito benissimo che non provo alcun minimo senso di colpa a avere espresso un giudizio su di te: i miei giudizi valgono un cent a tonnellata e è inutile fingere: come tutti ne macino a migliaia, mi servono per campare; poi, per fortuna, ho imparato a non dar loro peso, a esprimerli il meno possibile e, se li ho malauguratamente espressi, a trovar modo di riderci sopra. E poi, il giudizio di un bambino... Piuttosto mi chiedo il significato del disagio che questo ricordo messaggero mi riporta. Mi saresti piaciuta nonostante tu fossi grassa o avevi smesso di piacermi perché eri grassa, questa alternativa è priva di interesse; è un velo che nasconde il fatto che tu eri femmina e io maschio, perché quel disagio forse lo posso rintracciare anche altrove, in altre cose che voi femmine avete e che mi spaventano, mi turbano, mi disgustano, mi portano al limite. Sì, sì, posso fare l'esame e so già che risulterò positivo: ecco che la repulsione è una barriera senza la quale inizierei a precipitare nella perdita di identità, nella fusione, ecco la caduta rapidissima che però mi darebbe ancora il tempo di apprezzare la mia casa che si disfa, il potere su me stesso che si scioglie, i sentimenti che si rivelano serpenti velenosi, le parole che cambiano di senso o, se lo mantengono, è la mia bocca che riesce a emettere solo un balbettio. Ecco i misteri che si schiudono per poi ritrarsi in se stessi. Ecco le spiegazioni e le analisi. Ecco il ciclo del desiderio che si accartoccia su se stesso senza fine e ecco lo sguardo cinico del baro. Ecco il Tempo con la sua falce. Oppure. Oppure, se le nostre mani si fossero intrecciate, se sotto il pelo della pozzanghera le tue dita avessero trovato le mie e avessero giocato assieme, allora -o Messaggero- il gioco sarebbe stato diverso e diverso il tuo messaggio e il Tempo, gabbato, sarebbe accoccolato davanti alla pozzanghera, le mani immerse nel fango, e tu, o amore mio, potresti risvegliarlo perché può succedere che ci sia un volare invece di un cadere.

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