Cara Mamma, sono un po' nei casini...


Cara Mamma,

non credo tu lo sappia già, ma sono qui già da un po'., anche se mi rendo conto di non sapere più esattamente come misurare il tempo in questo spazio di luce in cui non ci sono più né cuore né polmoni dentro di me a scandire il suo trascorrere.

Me lo ero immaginato diverso, te lo confesso: non ci ho mai creduto alle voci smorzate e commosse con cui mi dicevano che tu mi avresti sempre “guardato di lassù” e comunque immaginavo che tu avresti avuto occhi solo per me, nemmeno per mia sorella e figuriamoci poi per papà. E invece eccomi a osservare questa smisurata incredibile balconata e tutti quei visi rivolti in basso: mi sembra una delle terrazze di Frascati, con tutte quelle colonnine e la città eterna in fondo; ma qui è tutto moltiplicato per una cifra incalcolabile e poi gli eterni siamo noi, almeno credo.

Se anche tu sei tra quelle moltitudini, non ti sarà certo sfuggito il mio arrivo per quanto io mi sia presto accorto che i volti che mi attorniano non hanno lo sguardo fisso su qualcosa di particolare, che molti sono distratti e che alcuni sembrano persino essersi addormentati. Forse sei distratta, forse sei stanca di aspettarmi.

Comunque, ti devo confessare di sentirmi molto deluso che tu non mi abbia atteso per accogliermi: immaginavo la fine come un salto verso l'alto che si sarebbe concluso tra le tue braccia. Lì i miei occhi avrebbero potuto tornare a fondersi con i tuoi per non staccarsi più. In tutta onestà non capisco tutto quel soffrire che ho patito se poi il risultato è questo.

Saprai -ma incomincio a dubitarne seriamente che tu lo sappia davvero- quanto io ti abbia desiderata e poi cercata. Fino a quando sei esistita – o fin da quando tu sei esistita alla mia coscienza (curioso, sono io che ti faccio esistere...) - insomma, da quando io ho preso coscienza di te, mio bene separato, sei stata il mio unico scopo e da subito ho esercitato su di te ogni espediente per non essere lasciato, per non accettare la separazione che tutt'ora mi appare amara e ingiusta. Perché? Te lo voglio chiedere con tutta la calma che questo luogo quieto mi consente, perché mettere al mondo un esserino che anela solo a te e poi sottrarti? No, non dico la tua morte, mia cara, parlo di molto, molto prima. E, ancora, perché punirmi per il mio desiderio di te? Tu lo dovresti sapere bene, mia creatrice, mio unico bene, mio antico tutto, che ogni mio gesto era rivolto a ritrovarti. E dunque quando mi hai lasciato, quando sei scomparsa dall'orizzonte dei miei occhi ancora acquosi e semisepolti sotto il lenzuolo, quando hai iniziato quella via crucis che chiamate “cura” e “educazione” e “volere il mio bene” tu mi hai innanzitutto tradito, fammelo dire, mamma.

Mi hai tradito allora e hai continuato a farlo perversamente anche dopo quando a ogni azione da te approvata (e erano tutte azioni rivolte a farmi “crescere” e a farmi staccare da te) seguiva una carezza, una dolcezza, un breve e deflagrante permesso a accedere di nuovo a quel Paradiso da cui mi stavi staccando da cui mi staccavi al solo scopo di vedermi tornare da te balbettante se eran parole, barcollante se erano passi, fuori registro se erano sentimenti. E come avrebbe potuto essere diversamente se per insegnarmi a camminare avete posto la sicurezza delle tue braccia spalancate come punto di arrivo? Te lo ricordi? Tu sorridente, accovacciata e con le braccia aperte e io a lanciarmi verso di te con il terrore di perderti che mi faceva superare ogni sforzo di reggermi su quella specie di appendici mosce, ogni paura che il prossimo passo fosse uno sprofondo di abisso che mi si sarebbe aperto sotto i piedi se solo avessi osato affidarmicisi.

Brava! E bella, anche, ne sono sicuro. E magari adesso sei qui, dietro a me che mi leggi la lettera sopra la spalla, sbirciando e ridendotela di cuore: “Che bravo bambino!”. E chi lo sa che qualche tua amichetta o papà non chiosino per soprammercato che cammino proprio bene. Forse non ci crederai, ma quando mi sono guardato alle spalle, proprio ora, non ti ho vista. Eppure so che ci devi essere, qui, da qualche parte.

Cara Mamma, questo gioco comincia a non piacermi più. Tu ci sarai abituata, ma in quest'aria così sottile ogni tanto mi prende un briciolo di freddo, appena un'idea di disagio. Sarà che sono fermo da un po' a scriverti appoggiato a questa colonnina. Se non arrivi, continuerò a pensare, a ricordare e mi torneranno in mente le mie rabbie e i tuoi sculaccioni. Se non volevi che diventassi cattivo mi potevi lasciare con te, invece che impormi di separarmi, che ti sarebbe costato? Alla fin fine qui ci saremmo ritrovati, io e te finalmente soli.

Ma dove sei che non arrivi? Sarai con papà, naturalmente, o con qualcun altro. Perché ce lo dobbiamo dire, mia cara, che voi donne siete tutte uguali. Ne ho conosciute, sai? E mi è mancato il tuo consiglio, la tua approvazione, il tuo insegnamento su cosa le donne pensino e su come un uomo si debba comportare con loro. Ho conosciuto perecchie donne e nessuna era migliore di te, per quanto cercassi. Tutte un po' traditrici, come te, tutte alla ricerca di un loro piacere che non potevo condividere e tutte -più o meno a lungo- convinte a tratti che io potessi essere il loro piacere, proprio come te.

(Tutte pronte a pronunciare un “no” anche dopo una montagna di “sì”, anche dopo essersi compromesse. Perché diciamocelo, mamma, le donne dovrebbero stare attente a quello che fanno, mica possono rifiutarsi dopo aver fatto tutti i passi fuorché uno… Dico bene? Guarda, anche le persone più civili lo dicono sempre che ci sono dei limiti: non è che una sale in camera e poi si rifiuta, no? Oppure gira mezzo nuda, diciamocelo, lo saprà a cosa va incontro, no?)

Ecco, questa è una cosa che non riesco a capire: se ero io il loro scopo anche momentaneo perché non ammetterlo serenamente e conclusivamente vero? Perché non rendere senza fine quello che si presenta episodicamente come eterno? Perché esse si rifiutarono sempre prima o poi di fondersi definitivamente? Come te, proprio come te.

Mamma senti, se non mi stai leggendo sopra la spalla io sono un po' nei casini: come fartela arrivare questa mia non so. Anzi, non so nemmeno da dove sia venuto il foglio... e la penna da dove sbuchi non ho idea. Sento questo freddo che mi si arrampica sulle gambe, sotto questa specie di vestaglia, e non vedo penna tra le mie dita, non vedo foglio… tutta questa gente che guarda in basso comincia a farmi un po' paura. ...Mamma?

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